Problems without solutions / Problemi senza soluzione

resilienza

francesco gallarotti

Recently I read an interesting reflection on problematic situations that don’t seem to have a solution. From my perspective, this is an enlightening conversation to have since my job is focused on solving problems but this is also, sometimes, better described as, finding unconventional angles to look at the difficulty described to facilitate a positive change in the desired direction.

Sometimes, though, the unconventional angle is to recognize the limitations are more than the possible benefits. This could be unsettling, at first, but quite regenerative on the medium/long-term. When fixing is not an option, deconstructing and re-assembling from zero – even repurposing what we want to save – might be the most efficient of all solutions.

When the winds of change blow, some people build walls and others build windmills – Chinese proverb

A typical example is when the problem is entangled in a time perspective that has passed. Since we can’t go back to fix the problem in its inception, we are unable to let go of the consequences that are affecting our present and shaping our future in a negative way.

The limitation here is clear and human: time. Once we realize that a solution is not physically possible, the problem itself disappears and we’re left with dealing with its consequences only.

Solutions promise completion; responses offer coping – Mark Goldthorpe

This is, in fact, our challenge. Develop responses, coping strategies to deal with an imperfect reality, exercising a higher level of flexibility and resilience.

Sounds like a bit too simple? I know. This is the clear explanation of a problem that quite often resides in our emotional life, where we struggle to accept things without solutions, are far from what we desire and to adapt to change. The level of resistance will determine the length of the struggle, and its wounds. And since it is a matter of looking at things from a new perspective, building a new narrative, it all goes back into our own subjectivity, the way we present the story that represents what we’re living. This time the limit – our subjectivity – is both the limitation and the seed of change in itself.

Knowing our stories as stories can help us keep open the space we need for creative conversations.

Mark Goldthorpe

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Oggi stavo leggendo una riflessione interessante sulle situazioni problematiche non sembrano avere soluzione. Dalla mia prospettiva, di professionista dedito al problem-solving, questa discussione ha avuto un che di illuminante, sorprendentemente riaffermando il potere di facilitare un cambiamento positivo anche nella non-azione.

A volte, infatti, trovare un’angolazione alternativa da cui guardare il problema significa anche riconosere i limiti della situazione come eccedenti i possibili benefici del processo di cambiamento. Questa realizzazione può senza dubbio portare inquietudine ma racchiude in sé un potere rigenerativo nel medio/lungo termine. Quando aggiustare non é possibile, smantellare e ricostruire da zero – magari riutilizzando cià che si vuole salvare – può rappresentare la soluzione più efficace.

Quando il vento del cambiamento gira, alcune persone costruiscono muri ed altre mulini – Proverbio Cinese

Un esempio tipico é forse rappresentato da un problema che affonda le radici nel passato. Soffriamo dei suoi effetti negativi nel presente – forse meramente da un punto di vista emotivo – ma di certo non possiamo tornare indietro ad evitare la situazione di partenza o modificarla. Il nostro futuro, di conseguenza, ne risulta influenzato in maniera svantaggiosa.

La limitazione é delle più umane: il tempo. Dalla realizzazione della impossibilità fisica di trovare una soluzione, nasce una fase liberatoria in cui il problema in sé può arrivare a scomparire e l’attitudine si riporta nel presente per attenuarne gli effetti scomodi e indesiderati.

Le soluzioni promettono completamento; le risposte offrono un superamento. – Mark Goldthorpe

Questo é, di per sé, la nostra sfida. Sviluppare risposte, strategie di superamento per affrontare una realtà imperfetta, esercitando un livello maggiore di flessibilità e resilienza.

Suona troppo semplice? Lo so. Questa é la spiegazione chiara di un problema che spesso risiede nelle pieghe emotive, dove troviamo difficoltà ad accettare situazioni senza soluzione, lontane da ciò che desideriamo e, quindi, ad adattarci al cambiamento. Il livello di resistenza determinerà la lunghezza della difficoltà, e le sue ferite. E visto che si tratta di una questione di punti di vista, di nuove prospettive, di costruire una narrativa alternativa, ritorniamo al livello della soggettività, al modo in cui presentiamo al mondo la nostra storia, che rappresenta la nostra esistenza. Questa volta il limite – la soggettività – é sia limitazione che seme stesso del cambiamento.

Riconoscere le nostre storie come storie può aiutarci ad aprire lo spazio che serve per avere conversazioni creative.

Mark Goldthorpe