gestire la precarietà-4 /managing uncertainty-4

by simonacampli

C. Dolore

Precarietà è sinonimo di incertezza. Questo tipo di esperienza può dare luogo, come abbiamo visto nei nostri precedenti incontri, a diverse risposte comportamentali.

Vorrei ripetermi sottolineando che non esistono esclusivamente queste risposte comportamentali. Ogni persona è un mondo a sè, ogni persona ha il suo stile di percezione e di reazione.

Inoltre spesso queste reazioni emotive di mescolano tra di loro, accompagnano la persona insieme nel vivere le esperienze di tutti i giorni. A volte può essere difficile dividerle tra di loro.

Stiamo attraversando insieme dei macrocontenitori, delle grandi scatole di emozioni che hanno al loro interno moltissime sfumature, sensazioni diverse che però possono essere ricondotte all’emozione di base. Alla paura, alla rabbia.

Anche al dolore.

Vivere un senso di incertezza nella propria vita può portare la persona a reagire con dolore. Può esserci stata una perdita che ha portato a questa insicurezza attuale, così come potrebbe essere una sensazione che accompagna l’individuo da sempre, una sorta di etichetta che sembra esser propria del codice genetico di quella persona.

Sperimentando questo forte dolore spesso la persona si ritira, mette in atto una reazione fortissima di RINUNCIA.

Questa rinuncia può comportare  una certa disorganizzazione nei normali ritmi biologici (inappetenza o iperfagia, insonnia o ipersonnia) e spesso si accompagna a senso di ansia e di angoscia, di scoramento nei confronti della vita. Ben presto si entra in un pervasivo stato di PENSIERO NEGATIVO che abbraccia piano piano tutto ciò che appartiene alla persona e alla sua vita.

Rinunciare fa sentire la persona ancora più vittima del suo problema. La difficoltà appare giorno dopo giorno sempre più insormontabile.

Si è sconfitti solo quando ci si arrende

Di questo senso di vittimismo la persona può LAMENTARSI con le persone che ha intorno. All’inizio per cercare magari conforto, ma col tempo questa lamentazione continua nonostante ci si convinca che il conforto non può venire dall’esterno.

Quello che ti manca chiedilo in prestito a te stesso diceva Catone.

Se la persona si sente incapace a gestire il suo senso di precarietà da sempre, potrebbe alternare voglia di riscatto a momenti di cedimento. Si ritrova quindi in un circolo vizioso in cui FA  e poi DISFA senza mai portare un obiettivo a termine.

Purtroppo però l’autostima non si eredita, si costruisce.

A volte se ci sono delle persone di riferimento attorno che ascoltano pazientemente ogni lamentazione ci si può spingere oltre, PRETENDENDO dall’esterno aiuto per ogni cosa a cui non si può rinunciare. Per il resto l’individuo può voler DELEGARE alle stesse persone di riferimento incombenze di varia natura.

Il dolore diventa un fiume in cui ci si immerge gradatamente. La persona spesso cerca di resistere mettendo in atto reazioni come quelle di cui abbiamo parlato, ma invece di rialzarsi, sbatte solo un pò l’acqua intorno a sè e rimane fermo. O si immerge ancora di più.

Per credere nella possibilità di essere felici, bisogna prima toccare il fondo della disillusione.

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C. Pain

Precarity is synonymous with uncertainty. This kind of experience, as we saw in our previous meetings, can bring to various behavioral responses.

Let me repeat myself pointing out that there are not only these behavioral responses. Each person is a world unto itself, every person has his own way of perception and reaction.
Often these emotional reactions mingle among themselves, going with the person together into experiencing everyday life. Sometimes it can be pretty difficult to divide them among themselves.

We are going through all the big containers, the large boxes of emotions that have within them plenty of nuances, different sensations that can be traced back to the basic emotion. To fear, to anger.

Also to pain.

Experiencing a sense of uncertainty in their lives can lead people to react with pain. There could have been a loss that led to the current insecurity, but it also could be a feeling that has always been in the person, a sort of label that appears to have its genetic code in that person.

This pain often drives the individual to retire, until a strong reaction of SURRENDER.

This giving up may entails a certain disorganisation in the normal biological rhythms (loss or increasing appetite, same excess with sleep) and often accompanied by feelings of anxiety and distress, discouragement towards life.
Soon the person enters in a pervasive state of NEGATIVE THOUGHT  that embraces slowly everything that belongs to him/her.

Surrending makes the individual feeling even more a victim of the problem.
The difficulty appears day after day increasingly insurmountable.

You’re defeated only when you give up.

People may complain around about their hopelessness. At the beginning to try to find maybe comfort but over time this COMPLAINING continues despite the increasing awareness that comfort cannot come from the outside.

What you need, borrow from yourself Cato said.

If the person always have felt unable to manage his/her sense of insecurity, could switch will of redemption to moments of breakdown. He finds himself in a vicious circle in which he MAKES AND THEN  UNDO without never achieving a long-term goal.

Unfortunately, you cannot inherit self-esteem, it is only built.

Sometimes if there are people around that listen patiently every lament, people can push it forward, CLAIMING outside HELP for each thing they can’t renounce.

For everything else, the individual may want to DELEGATE to the same “reference points” tasks of various kinds.  The pain becomes a river where you dive gradually. The person often tries to resist implementing reactions like the ones we’ve talked about, but instead to stand up, slams just a little water around and stays put. Or plunges even more.

To believe in the possibility of being happy, we must first tap the bottom of disillusionment.

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