Perché ho la claustrofobia? /Why am I claustrophobic?

by simonacampli

Qualche tempo fa ero ad un aperitivo con amici e stavo conversando del più e del meno quando ad un certo punto mi è stata rivolta questa domanda: perché viene la claustrofobia?

Apparentemente sembra una domanda molto semplice che spinge subito a voler dare una risposta univoca, valida per tutti.

In realtà la prima parte di questa domanda mi porta proprio a riflettere sul tema del: trovare un perché. E’ semplice e in un certo senso rassicurante pensare che dietro agli avvenimenti della vita ci sia una spiegazione, uguale per tutti, del perché certe cose accadono.

Quando si tratta di psicologia e di problemi psichici però la verità è che un perché scientifico e comprovato non esiste. Ci possono essere teorie, modi di interpretare, ma bisogna cominciare a diffidare seriamente di quelle voci che riescono in quattro e quatr’otto a snocciolare spiegazioni preconfezionate sul perché ci ammaliamo di un problema e di un altro come se fossimo una serie di cloni, come se le nostre menti fossero state create tutte uguali alle altre e soprattutto come se la nostra vita e le esperienze che la compongono non influiscano minimamente sul nostro modo di essere, e di vedere e percepire ciò che ci circonda.

Bateson diceva: la scienza è un modo per percepire, organizzare e dare significato all’osservazione costruendo teorie soggettive il cui valore non è definitivo.

L’individuo è un insieme di significati, in continua evoluzione. Guarda al mondo con i suoi occhi e lo percepisce soggettivamente. Questi significati personali guidano nell’esperienza e quindi sono connessi al perché qualcosa di problematico eventualmente accade.

A questo punto mi piace citare un esempio fatto da un collega psicologo:

Sebbene non ami accostare l’uomo a una macchina, mi capita spesso di fare questo esempio. Immagina di stare guidando tranquillamente, finché d’un tratto non ti rendi conto di avere una ruota bucata che ti costringe ad accostare. Ora potrai guardare ben bene la ruota, studiarla attentamente, scoprire che è bucata per via di un chiodo e da lì riflettere su dove mai avrai preso quel chiodo. Pensandoci ti verranno in mente decine di possibilità e, per motivi che non diciamo (anche perché non siamo sicuri di saperli), capisci di averla bucata nella via Tal dei Tali, il giorno X, alle ore Y, per il motivo Z. Adesso vuoi finalmente metterti a cambiare la ruota?

Quindi spesso anticipare la ricerca della cause, dei PERCHE’ , allo studio del COME funziona un determinato problema, può bloccarci, farci rimanere fermi, mentre il desiderio sarebbe quello di ripartire.

Veniamo allora alla seconda parte della nostra iniziale domanda: la claustrofobia.

Cito ora G. Nardone che all’interno del Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo ha svolto negli ultimi 30 anni ricerca intervento per le patologie legate al panico, alla paura e alle fobie: “analizzando il problema per svelarne il funzionamento, studiando le tentate soluzioni, si rileva che tutti coloro che ne soffrono mettono in atto lo stesso copione ben preciso”.

Vediamo quindi come funziona la claustrofobia. Cercando di definirla in maniera semplice è la paura degli spazi chiusi e senza via d’uscita. Quello che spesso succede quando ci si ritrova a dover per forza stare in uno spazio chiuso e senza via d’uscita (un aereo, un ascensore, un tunnel e via dicendo) è che la persona comincia a sentire tutte le caratteristiche fisiologiche dell’ansia (tremori e formicolii alle gambe, sensazione di testa leggera, mancanza di aria, tachicardia, ecc). A questo punto l’ansia può salire fino a causare un vero e proprio attacco di panico o può invece assestarsi e riscendere senza arrivare al picco massimo.

Tornando al copione ben preciso che viene messo in atto da chi soffre di questa difficoltà, sono stati individuati dalla ricerca con centinaia di casi queste risposte comportamentali. Le tentate soluzioni della claustrofobia:

Evitamento delle situazioni considerate pericolose -> la gabbia dell’evitamento

Richiesta di aiuto (ad es. richiesta di accompagnamento) nel caso in cui si è obbligati a non evitare qualcuna delle situazioni sopracitate. -> la stampella della richiesta di aiuto

Verbalizzazione del problema (se ne parla per cercare conforto, comprensione e condivisione)

Autocontrollo dei campanelli di allarme fisiologico. Appena si sente un minimo stato di alterazione ci si mette all’ascolto attivo del proprio corpo alla ricerca di tutti gli altri segnali fisiologici dell’ansia che ci si aspetta. -> la marionetta rotta con gli occhi rivolti all’indentro.

Possiamo ora dire di conoscere meglio la claustrofobia e i suoi modi di funzionare?

 

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Some time ago I was out with some friends and I was chatting with them when suddenly I was facing this question: why is that one suffers from claustrophobia?

Apparently it seems a very simple question requesting an immediate, simple response, valid for everyone.

Actually the first part of this question leads me to reflect on the theme of finding an explanation, a cause. It’s simple and somewhat reassuring to think that behind the events of life there is ONE explanation, equal for all, why certain things happen.

When it comes to psychology and mental health problems the truth is that a scientific and proven explanation of the causes  simply doesn’t exist. There may be ways to interpret theories, but we must begin to distrust seriously those voices who quickly deliver prepackaged explanations on why there’s a problem or another as if we were a series of clones, as if our minds have been created all equal to others, and especially as if our lives and the experiences that compose them do not affect at all our way of being, seeing and feeling what surrounds us.

Gregory Bateson said: science is a way to perceive, organize and give meaning to the observation, to build subjective theories whose value is not definitive.

The individual is a set of meanings, constantly evolving. He/She looks at the world with the eyes and perceives it subjectively. These personal meanings guide him/her  into the experience, and then are connected to why something problematic eventually happens.

At this point I like to quote an example made by a fellow psychologist:

“although I don’t like to compare the man to a machine, I often make this example. Imagine you are driving safely, until suddenly you realize that you have a broken wheel that forces you to pull over. Now you can watch carefully the wheel, study it, find that it is broken by a nail and reflect on where ever you got that nail. Thinking about it, you will be reminded of dozens of possibilities and, for reasons that we do not say (because we’re not sure of them), you know it’s broken in the way so-and-so, the day X at Y, for the reason Z. now do you finally want to change the wheel?”

Therefore it is often useless anticipating the search for causes, looking for WHY instead of  HOW some problems can block us, let us remain static, while the desire -as life does independently with or without us- is to go on.

We come then to the subject of our initial question: the claustrophobia.

Quoting G. Nardone – that within the Brief Strategic Therapy Center in  Arezzo has led in the last 30 years a research for problems linked to panic, fear and phobias- :”analyzing the problem to reveal the functioning, investigating the attempted solutions, we found out that all those who suffer from panic put in place the same precise script.”

Let’s see then how claustrophobia works.

First of all let’s use a easier, functional, definition of it: it is the fear of enclosed spaces with no simple way out.

What often happens when we find ourselves forced to be in an enclosed space with no simple way out (a plane, an elevator, a tunnel and so on) is that the person begins to feel all the physiological characteristics of anxiety (tremors and tingling in the legs, feeling light-headed, shortness of air, tachycardia, etc). At this point the anxiety may rise up to cause a real panic attack or can settle and falling back without getting to the peak.

Turning back to the precise script that is implemented by sufferers of this difficulty, as identified by researching hundreds of cases, we found some specific behavioral responses. The attempted solutions of claustrophobia are:

Avoidance of situations considered dangerous.-> the cage of the avoidance

Call for help (for exemple: request for accompaniment) in case you are obliged to not avoid any of the above situations. ->the crutch of the help request

Verbalization of the problem (talking to others to seek comfort, understanding and sharing)

Self-monitoring of physiological alarm bells. As soon as you feel a minimum alteration you put yourself to active listening of your body looking for all other physiological signals of anxiety you would expect. ->The broken puppet with the eyes turned to the inside.

Can we say now that we know better what is claustrophobia and what’s its functioning?

 

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Bibliografia

Gregory Bateson, Mind and Nature (1984)

Giorgio Nardone, Problem Solving strategico da tasca (2009)

Flavio Cannistrà http://lostudiodellopsicologo.it/2011/10/24/perche/

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