Parlando si impara (ma non sempre) a parlare

by simonacampli

Mi è ricapitato tra le mani un interessante articolo che avevo ritagliato un mesetto fa dalla rivista D di Repubblica.

Il titolo accattivante era “vota la voce” e il contenuto va appunto a documentare l’importanza delle arti oratorie nel campo della politica.

E’ la forma, a volte (purtroppo) più del contenuto, che ci convince nella scelta del politico a cui donare la nostra fiducia.

Nella storia sono presenti molti aneddoti governativi legati all’utilizzo dell’arte oratoria. I politici infatti, si sa, parlano parecchio e già Cicerone sosteneva che “di solito, parlando, si impara a parlare”. Ma per alcuni non è così semplice e per questo nascono figure professionali ad hoc: ” voice coach”, “vocal trainer” o corsi universitari di “public speaking”.

Obama sembra abbia rafforzato il suo impatto sul pubblico quando nel secondo mandato ha reso il proprio tono baritonale più suadente e femminile. Al contrario un politico donna per esser percepita come figura competente deve scurire la sua voce, così come Margaret Thatcher abbassò il tono della propria su consiglio di un produttore televisivo.

E’ nota a molti poi la storia del Re Giorgio di Inghilterra balbuziente che sconfisse la propria difficoltà con una serie di tecniche come racconta il film “Il discorso del Re”.

Tornando ai giorni nostri, Berlusconi era affiancato da un vocal coach preso in prestito da Mediaset. Alberto Castelvecchi (insegnante di Public Speaking presso la Luiss Guido Carli di Roma) sostiene che l’Ex presidente del consiglio seguisse uno stile vocale più vicino a quello delle televendite e dei seduttori che al modello politico americano.

Dopo di lui è arrivato Monti che era un antimodello “con il tono faccia a faccia confidenziale da professore agli esami” (sempre citando Castelvecchi) che ha cercato di abbassare i toni per contrapporsi allo stile “vena rigonfia” in voga nei politici di questi ultimi anni.

L’arte del parlare in pubblico è stata molto recuperata da quando l’avvento dei nuovi media ha innalzato il fenomeno della distrazione nelle folle, prese dal digitare sui telefonini più che dall’ascoltare la voce dello speaker di turno. Anche negli anni dei social media ci sono studiosi come Susan Cain (autrice del bestseller “Quiet. il potere degli introversi”) che sostengono come fare discorsi sarà sempre cruciale in politica non solo per il potere legato all’utilizzo strategico della voce ma anche ai gesti, ai toni, alle espressioni facciali e anche alle grida. Soprattutto poi in epoca di campagna elettorale dove -riprendendo il punto di vista di Castelvecchi- “l’emotività e l’empatia spesso contano quanto (o più) le idee”.

Bersani rappresenta quindi “what you hear is what you get” e pare sia per questo che i suoi elettori lo abbiano preferito alla novità Renzi. Anche perchè contrapponeva alla cadenza toscana (associata spesso a figure comiche come Benigni, Pieraccioni, Panariello) un’inflessione emiliana che richiama  la tradizione di buon governo di sinistra di questa regione, ricca poi di toni arrotondati e note di rassicurante paternalismo.

E chi ha fatto di uno stile il motto del “se non ti sentono non si fidano” pare sia stato a buono scopo, visti i recenti risultati politici, Grillo che nel suo utilizzo non timido dei decibel è riuscito a convincere una larga fetta di elettorato. A questo riguardo sembra ironico come l’articolo che cito si chiudesse con una domanda che sa quasi di previsione: “voteresti uno che avete conosciuto su twitter?”  A quanto pare per un terzo degli italiani la risposta è si.

Citazioni e spunto dall’articolo:

“Vota la voce” – Laura Piccinini su D di Repubblica- 26 Gennaio 2013

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