Penelope

by simonacampli

Penelope

Penelope nell’Odissea è la moglie  di Ulisse. E’ entrata nella storia della letteratura simbolicamente come figura della donna che aspetta perseverante e fedele il ritorno del marito. Oltretutto la sua astuzia, che le permette di concepire il trucco della tela per tenera a bada i proci, la rende agli occhi femminili un ideale di donna sveglia e caparbia. Tutt’altro che un simbolo da compatire.

Eppure la storia dell’Odissea vede Ulisse abbandonarla sempre per seguire l’altra sua amante a cui egli non sa resistere: la sete d’avventura. Una forte e seducente amante che lo porta in situazioni sempre molto difficili in cui egli si trova a tradire letteralmente la sua sposa fedele.

Sotto questa luce l’amore di Penelope, seppur nato da sentimenti genuini e encomiabili valori, si rovina un pò ai nostri occhi.

Una mia paziente una volta venne in terapia per una sofferenza d’amore. Si trovava da anni incastrata in una relazione in cui faceva l’amante di un uomo che seppur fedelmente attaccato a lei non sceglieva mai di chiudere il suo matrimonio precedente infranto da problemi e liti che avevano negli anni causato un allontanamento profondo.Il problema della paziente era che non sapeva come staccarsene. Puntualmente arrivava al punto di voler chiudere, esausta dal senso di impossibilità di questa storia, ma ogni volta tornava lui e non sapeva resistergli e la speranza, si sa, è dura a morire quindi ricominciava il circolo vizioso.

“Sono venuta perchè lei mi aiuti a lasciarlo” mi disse.

Ovviamente non era in mio potere accontentarla. La prima regola della terapia, a mio parere, è proprio di aiutare la persona a realizzare i propri obiettivi, sbloccando le risorse o creandone di nuove, ma senza che il terapeuta si sostituisca al paziente. Altrimenti non ci sarebbe apprendimento e quindi non si potrebbe chiudere in maniera efficace il percorso terapeutico lasciando la persona indipendente di continuare il proprio viaggio.

Detto ciò nella dimensione terapeutica non esiste una morale giudicante per situazioni come quella che ho accennato. L’obiettivo è stabilito dalla persona e i valori che contano sono quelli che lei/lui portano con sè.

Come si può quindi aiutare qualcuno che è stanco di aspettare il proprio Ulisse ma non ha le forze per lasciarlo?

Spiegare in pochi passi una terapia sarebbe semplicistico in questo contesto, ma ho scelto di raccontare questa storia per cominciare a delineare, in un’ottica strategica, l’importanza del dialogo tra sensazioni e ragione.

La storia di Penelope continuerà, per oggi riflettiamo su queste sagge parole:

“Il piacere ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”(J.S.Cherbulier). E che difficilmente riuscirebbe a comprendere, aggiungerei io!

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Penelope in the Odyssey is the wife of Ulisse. She has symbolically entered the history of literature as a figure of the woman that waits perseverant and faithful the return of her husband. Moreover her astuteness, that allows her to conceive the makeup of the cloth to curb the procis, makes her, to the female eyes, an ideal of a smart and resolute woman. Really not a symbol to feel sorry for.

Yet the history of Odyssey narrates how Ulisse always abandon her it to follow the other lover of his life, to which he’s not able to resist: craving for adventure. A strong and seductive lover that often brings him in very difficult situations in which he actually and literally betrays his faithful bride.

Under this light of the narration the love of Penelope, even born by genuine feelings and  admirable values, it appears a little ruined to our eyes.

Once a patient came into therapy suffering for love. She has been stuck for years in a relationship in which she was the lover of a married man that, even though faithfully attached to her, was never able to choose for ending his preceding marriage, broken by problems and quarrels that had in the years caused a deep distance.

The problem of the patient was that she didn’t know how to leave him. Punctually the situation reached the point that she wanted to end things, exhausted from the sense of impossibility of this relationship, but every time he returned to her she couldn’t resist. Then hope, you known, is hard to die, therefore it restarted the vicious circle.

“I have come to you so you could help me leave him” she told me.

Obviously it was not in my power to satisfy her. The first rule of the therapy, in my opinion, it is actually to help the person realize his/her own objectives, unlocking the resources or creating some of them, without the therapist replace her/himself with the patient. There would not be otherwise a proper “learning” and therefore it could not be possible to close in effective way the therapeutic relationship leaving the independent person going on with his/her journey.
Having said this, in the therapeutic dimension a judging ethic doesn’t exist for situations as the one I have mentioned. The objective is established from the person and the values that count are those that she / him brings inside the room.

How can we help then someone that is tired to wait for her/his own Ulisse without having the strengths to leave him?

To explain in few footsteps a therapy would be superficial in this context, but I’ve chosen to tell this story to start delineating, in a strategic perspective, the importance of the dialogue between feelings and reason.

The history of Penelope will continue, for today let’s reflect on these wise words:

“The pleasure has its rights, that the reason doesn’t know” (J.S.Cherbulier). And that would hardly succeed in understanding, I may add!

 

 

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