Pro fallimento / pro failure

by simonacampli

Dalla parte del fallimento.

Come davanti a tutte le migliori scoperte l’assurdità è stata la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo un recente articolo dal titolo “Se dopo un flop ce l’hai fatta ti assumo subito” (G.Mattioni, D. di Repubblica, 22 giugno 2013).

Ma subito dopo il primo istante è stato evidente quanto invece fosse chiara la logica di ciò che si racconta e che sta accadendo nel fulcro dell’economia statunitense ( e mondiale) ovvero nella Silicon Valley. Enormi aziende e moltissimi dei nomi che stanno dietro ai successi più famosi dell’industria hi-tech propongono una nuova filosofia per i manager di oggi ed per i nuovi candidati: “Fail harder”.

Come mai?

Perchè i fallimenti del passato indossati come medaglie al valore possono creare una predisposizione all’avventura (che sempre ha guidato gli esploratori) e permettere di conseguenza nuovi e più grandi successi.

Uno dei più famosi personaggi che hanno nel curriculum un grosso fallimento prima di un enorme successo è Steve Jobs, licenziato da dirigente Apple quando la compagnia stava rischiando la bancarotta. Egli diceva che ” la pesantezza e la responsabilità di essere considerato un manager di successo vennero rimpiazzate dalla leggerezza e dall’entusiasmo di tornare ad essere un principiante: libero di entrare nella fase più creativa della mia vita”.

Così negli uffici di Facebook, il braccio destro del suo fondatore, Sheryl Sandberg, durante i colloqui con i nuovi candidati ha sostituito la classica domanda “dove ti vedi tra 5 anni?” con la più originale richiesta “raccontami quale è stato un momento di sconfitta e come lo hai superato”.

In generale i finanziatori più innovativi di start up si sono convinti a investire più su imprese guidate da creativi o imprenditori che abbiano fallito almeno una volta nel proprio passato lavorativo.

Ovviamente il fallimento non è di per sè chiave di successo.

Per diventare resilienti bisogna superare la vergogna della caduta e potersi concentrare sul “dopo”. Reinventarsi evitando di considerare il fallimento come incapacità di avere successo.

L’ostacolo da superare potrebbe essere la paura del fallimento, preventiva o conseguente ad un insuccesso e tutto il meccanismo controproducente che su essa si può costruire.

” Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato” scriveva il poeta Pessoa.

Nello stesso articolo viene anche citata Regina Dugan che lavora presso la Darpa, un’importante agenzia americana a cui si devono creazioni del livello di internet. Trovo molto stimolante la sua citazione che collega la capacità di essere innovativi con uno spirito di ricerca che creda nella possibilità di realizzare anche l’impossibile. Con che metodo? Un classico apprendimento per prove ed errori.  “Il fallimento è una cosa positiva: dimostra che abbiamo osato superare noi stessi”.

Questo mi ricorda anche una tecnica che si usa durante il processo terapeutico; in una fase avanzata della terapia dove ormai il nucleo disfunzionale è stato smontato e poi sostituito da un equilibrio composto da strategie più funzionali al benessere della persona, spesso si parla di “ricadute” e di come aspettarle e addirittura come programmarle può essere una sorta di prova definitiva del cambiamento.

Con uno spirito irriverente che non si spaventa del futuro ma anzi fa un occhiolino al possibile fallimento.

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