Spaventoso successo / scary success

by simonacampli

Paura della vittoria

Il termine medico per definirla è Nikephobia -da Nike la dea che nella mitologia greca simboleggia la vittoria- in altre parole la paura del successo.

Per quanto paradossale possa sembrare, questo è un altro caso in cui ci appare sempre più chiaro come sia grande la creatività della mente umana nel costruirsi delle gabbie sempre nuove e diverse.

Tutte le fobie hanno tra di loro in comune un certo modo di percepire il mondo e reagire ad esso, basato appunto sulla paura e su una serie di comportamenti messi in atto apparentemente per combattere la paura con il risultato invece di rimanerne schiavi: le tentate soluzioni (per un veloce rimando a questo importante concetto potete rileggere questo post).

La tentata soluzione più comune, nel caso della paura, è l’evitamento, poi accompagnata, a seconda delle sfumature del problema, da tendenza a parlare del problema o a tenersi tutto per sè per vergogna, da richiesta implicita o esplicita di aiuto da parte di amici o parenti fidati e da tentativo di controllo mentale del problema con una continua analisi rimuginosa delle proprie sensazioni corporee.

Nike: la dea alata. Nikefobia: Paura di spiegare le ali.

Ma andando nello specifico di questa curiosa paura del successo, di cosa si tratta?

Possiamo qui ricondurre tutte quelle situazioni in cui la pianificazione di un cambiamento, il raggiungimento di un importante obiettivo di vita, invece di creare eccitazione e senso di serenità e soddisfazione, provoca sensazioni più negative.

Il primo scalino scivoloso riguarda proprio l’eccitazione che spesso, da parte di una persona con una percezione fobica, viene confusa con l’ansia,  perchè il cambiamento fisiologico corporeo (tachicardia, senso di svuotamento della testa, aumento della sudorazione) è simile. La qualità positiva o negativa di questi cambiamenti fisiologici è, infatti, aggiunta totalmente dalla parte razionale del cervello, perciò è facile cadere, per chi ha la tendenza a percepire il mondo come fonte di pericoli, in una confusione. Mi sento eccitato perciò probabilmente sono in pericolo.

A questo possono seguire una serie di conseguenze comportamentali, diverse a seconda dei casi. La persona può bloccarsi nel suo percorso senza riuscire ad andare avanti oppure può chiudersi in una bolla depressiva di senso di incapacità e rinuncia (“non me lo merito“) o anche, in maniera più subdola, sabotare (inconsapevolmente) il proprio progetto con difficoltà di concentrazione e di pianificazione ed evitamento dei compiti predefiniti.

La fine non è la fine

Come mai ci spaventiamo proprio davanti ad un possibile successo?

Le spiegazioni, come si dice in terapia, dovrebbero svelarsi solo alla fine del percorso e comunque variano per ognuno di noi, per ognuna delle nostre storie.

Ciò non ci impedisce di sottolineare però che il successo è spesso vissuto dalla persona come una fine. Se ci focalizziamo solo sul momento essa lo è ma appena ampliamo la prospettiva sul resto della nostra vita vediamo come abbiamo completato una tappa, ma il viaggio può andare avanti.

La fine di un percorso può, quindi, portare con sè tristezza e nostalgia, paura dell’ignoto che si cela dopo di essa, paura della perdita.

Se sei in cima la caduta è più dolorosa.

Aver raggiunto un sogno è il momento più alto di un percorso ma in alto possiamo anche avere le vertigini e spaventarci del rischio di cadere. Perdendo quello che abbiamo con tanto impegno raggiunto.

Il successo non ci rende immuni dagli errori e dalla sofferenza.

Abbracciare un nuovo modo di affrontare i nostri progetti, dove sbagliare o soffrire sono invece fonte di insegnamento e rinnovamento, questo è il vero successo.

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