Perdersi-Getting lost

by simonacampli

Perdersi per arricchirsi.

Di recente mi è capitato di rivedere un film di qualche anno fa: “inland empire” (tradotto: l’impero della mente) di D.Lynch.

Ero con un gruppo di persone e questo mi ha permesso di cominciare una serie di riflessioni a partire dalle diverse sfumature emotive che ognuno di noi ha esternato durante ed in seguito alla visione del film.

Come ogni film di questo regista una caratteristica centrale di esso -ancor di più in quest’opera che già dal titolo publicizza apertamente il suo carattere inconscio- è il senso di smarrimento.

Non a caso lo stesso regista è autore di una serie di interviste dal titolo ” perdersi è meraviglioso”.

Egli riporta nelle sue storie proprio questo insieme di mancanza di senso, mistero e atmosfere oniriche perchè sono delle tematiche che lo appassionano da sempre e che cerca di mantenere vive intatte o quasi dalla sua infanzia. E’ proprio l’infanzia in cui egli sostiene che queste sensazioni sono più tipiche: vedere il mondo come qualcosa di misterioso, spesso incomprensibile. La capacità di smarrirsi all’interno di questo labirinto sconosciuto crea immaginazione nei bambini e la loro conseguente creatività.

perdersi-getting lost

Inland Empire è senza dubbio un’opera in cui D.Lynch ha voluto portare all’estremo la mancanza di senso della storia e lo spettatore fa veramente fatica a trovare un qualsiasi appiglio di senso a cui aggrapparsi. Ciò nonostante per noi che vediamo è spontaneo cercare questo senso e infatti le espressioni emotive del gruppo di persone che erano accanto a me durante la visione sono state molto vivide dal momento che piano piano ci siamo tutti resi conto che non avremmo avuto scampo nel nostro smarrimento.

Rabbia, frustrazione, paura e anche un pò di noia sono state le emozioni principali conseguenti alla visione del film.

Da quest’esperienza ho cominciato a riflettere sul tema del “perdersi” e su quanto nella vita attuale sia un’esperienza sempre più rara a cui probabilmente molti di noi non sanno veramente reagire costruttivamente. Principalmente mi viene in mente che questo sia dovuto al fatto che il mondo è cambiato ormai da diversi anni in una direzione di maggior controllo dei luoghi che ci circondano e raramente siamo costretti ad esplorarli per conoscerli, spesso mentre ci avventuriamo la prima volta abbiamo già diversi strumenti in mano in grado di guidarci ad una scoperta in assenza di smarrimento. Cosa significa? Pensiamo per un attimo a quando non esistevano gps e tom tom nelle nostre macchine; una volta che la segnaletica falliva nel suo compito di guidarci verso la meta che volevamo raggiungere eravamo costretti ad abbassare il finestrino e chiedere informazioni. Se non c’era nessuno in quel momento che potesse aiutarci bisognava addirittura inoltrarci alla scoperta di un sentiero o di un altro. Una sorta di apprendimento per prove ed errori.

Il senso di smarrimento, quindi, era anche accompagnato dalla paura di sentirsi “soli”, mentre oggi qualcuno può sapere subito dove siamo con un messaggio, una telefonata, o la comunicazione della nostra posizione pubblicata su un social network.

Lungi dall’essere una considerazione nostalgica, la mia riflessione sullo smarrimento vuole essere più una preoccupazione relativa all’apprendimento che abbiamo del mondo oggi rispetto a quello che si poteva avere tempo fa. Se l’esplorazione diretta del territorio, il contatto con gli altri anche sconosciuti incontrati per caso e la necessità di stare allerta per qualsiasi informazione che venisse dall’esterno ci dava allora un’esperienza nel complesso più istruttiva di quanto oggi possiamo raccogliere dall’utilizzo dei nostri sistemi di conoscenza virtuale, non sarebbe bene recuperare un pò di quell’esperienza passata?

Questa proposta viene fatta anche nel libro di Kathrin Passig e Alex Scholz “Perdersi m’è dolce. Come perdere l’orientamento ed imparare a vagabondare senza meta”. Dalla descrizione del libro leggiamo che:

“Con sagacia e ironia, Kathrin Passig e Aleks Scholz mostrano come perdersi renda più intelligenti, ricchi e soddisfatti, e qualche volta faccia perfino arrivare prima a destinazione. Come ogni manuale che si rispetti, questa “antiguida” è suddivisa in tre livelli, selezionati in base alla “capacità” di smarrirsi. La prima parte, quella dedicata ai principianti, si concentra sui motivi per cui ci si perde e sulle strategie per tornare a casa sani e salvi. La seconda parte dedicata agli avanzati si concentra sui processi mentali che si mettono in moto nel nostro cervello nel momento in cui scegliamo un percorso, il tutto corredato da storie avventurose di viaggiatori (famosi e non) o anche solo di gitanti fuori porta, le cui bussole – cerebrali e concrete – hanno fatto cilecca, mettendone a repentaglio la vita. La terza e ultima parte si concentra invece sulle strategie per orientarsi, sui comportamenti più adeguati da tenere in caso di smarrimento e sulla filosofia del vivere qui e ora. Il panico monta nel momento in cui non ritroviamo più quel che ci eravamo immaginati, ma se invece ci lasciamo stupire dal mondo che improvvisamente si para davanti ai nostri occhi, l’idea di perdersi non assume più una sfumatura sinistra, diventa al contrario punto di partenza per meravigliose scoperte e potenti narrazioni”.

Gli autori fanno anche un interessante parallelo tra il perdersi e lo sbagliare.

Recuperare quindi una percezione curiosa della condizione di smarrimento andando oltre la naturale paura iniziale, senza che essa si trasformi in panico per la nostra forte spinta al controllo della situazione circostante. Allentare la presa del controllo viene più facile ai bambini? Cosi dice Dickens nei suoi racconti “Perdersi a Londra” dove nel primo racconto troviamo proprio un bambino che perdendo il suo accompagnatore, dopo un primo momento di timore, si lascia andare all’esperienza del girovagare nella città per essere trasportato in una serie di avventure che lo arricchiranno.

Sarà più semplice -e probabilmente più rischioso- per un bambino ma non potremmo ogni tanto farlo anche da grandi? Perdersi per scoprire, vivendo, chissà, un’esperienza nuova rispetto a quelle già conosciute.

Bibliografia:

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807172120/Perdersi_m%27e_dolce/Passig_Kathrin.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Perdersi_a_Londra

http://www.minimaetmoralia.it/wp/perdersi-e-meraviglioso-david-lynch/

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