Intervista ad Evan George – parte 2 / Evan George Interview -part 2

by simonacampli

Today we continue the journey discovering Solution Focused Brief Therapy.

Here’s the second part of the chat I had with Evan George.

 

3. Which are the things that you tend to remember when you meet with a patient for the first time?

I try and remember a number of things:

 

Find out what the client wants

Try to remember not to try and get the client to change

Try not to be more enthusiastic about the need for change than the client

Listen hard to the client’s own words

Just concentrate on inviting the client into a solution focused conversation

Don’t worry about what clients will do after the session – whatever they do is their business and it is mine to work with whatever it turned out to be.

And remember to make sure that I really did find out what the client wanted.

 

Of course there are many more things and these are ‘key’.

 

4. In Italy exist many different psychotherapy approaches and often the situation is too confused for someone that would like to choose one. It seems to me that the British environment is similarly rich. From your professional point of view do you believe in a totally absorbing relationship with your reference approach or you prefer to be opened to various influences and methodologies?

People are very different and it is right for different people to work in different ways. There could never be one model that suits everyone and some people will prefer to work purely and others will wish to be more eclectic in their approach. Indeed it seems to me that there is research evidence that suggests to us clearly that workers’ affiliation with the model that they use is one of the common factors in good outcome. We need I think to be enthusiastic about what we do and to believe in our way of working. What is important I believe is to remember that most models work pretty well and in our enthusiasm for our own not to attack colleagues who might choose to work differently, arguing that ‘my way of working is best’. Only good research evidence should be the basis for that sort of assertion.

 

5. Which personal characteristics do you think have been crucial to start your interest towards SFBT? Is there any episode that comes to mind?

I come from a family marked by a general attitude of anti-authoritarianism and by a rooted belief in the inherent worth of the individual and I think that both of these characteristics may have left me inclined towards and open to an interest in SFBT when I first came across it in 1987. But more personally I think a lack of confidence in my own capacities has been really useful. This has meant that if change is going to happen then I have to trust in the client’s capacity to make it happen. It has also meant that I am never convinced that I am right, or have the right solution, leading me to be really curious about and open to clients’ own best ways of doing things. From my early days I have always been rather skeptical about the possibility of there being one truth, one right way in relation to anything and this natural, in-born, relativism has perhaps facilitated my gently easing into the post-modern world view, the multi-perspectival world, where different views can only really be compared on rather pragmatic grounds, their effects. Coming across SFBT in 1987 what was striking to me then, and indeed remains so, is just how ‘right’ the approach felt to me, it really did feel like a coming home. Thank-goodness that our subsequent ‘researches’ showed us that it actually worked!

 

6. Do you always feel satisfied and happy to develop this profession or after many years you think there are some difficulties that may arise?

I have now worked with people for the past 41 years! A long time. The most important thing, it seems to me is staying enthusiastic. When we lose our enthusiasm, our interest and excitement I doubt that this is the right job to be doing. The job is too hard without passion, commitment and love for what we do – our clients deserve it. The work is too important to be just a job.

 

Evan is a founding partner at BRIEF, Europe’s largest solution focused training organisation. He has taught throughout the UK, Europe and further afield. He is co-author of three books on the solution focused approach and is currently writing on ‘Building Cooperation’. To find out more about his work and about BRIEF you can go to  HYPERLINK “http://www.brief.org.uk” http://www.brief.org.uk 

 

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3. Quali cose tieni a mente quando incontri un paziente per la prima volta? Cerco di tenere a mente diverse cose:

  • Capire cosa il cliente vuole ottenere
  • Cercare di ricordarmi di non provare a spingere il cliente verso il cambiamento
  • Cercare di non essere più entusiasta del cliente nei confronti del cambiamento
  • Ascoltare veramente le parole di chi ho davanti
  • Concentrarmi nell’indirizzare il cliente verso una conversazione più incentrata sulle soluzioni
  • Non preoccuparmi di cosa il cliente farà dopo il nostro incontro – qualsiasi cosa sia è sua responsabilità, il mio impegno è di lavorare con gli effetti che riporterà in terapia.
  • Chiedermi costantemente se ho inteso cosa il cliente vuole ottenere.

Ovviamente la lista non è esaustiva, ma queste sono decisamente i punti “chiave”.

 4.  In Italia esistono diversi approcci di psicoterapia e spesso la situazione è molto confusa per una persona che vorrebbe sceglierne uno. Mi sembra che qui in Inghilterra c’è la stessa ricchezza di scelta. Dal tuo punto di vista professionale credi che il rapporto con il proprio approccio di riferimento debba essere totale e completo oppure si può – e si deve – mantenere una prospettiva aperta a diverse influenze e metodologie? 
Le persone sono molto diverse e, di conseguenza, bisogna lavorare diversamente con ogni cliente. Non ci sarà mai un modello o un approccio adatto a tutti ed alcune persone sono molto propense ad un’attitudine purista nel lavoro, altre invece ricercano un certo eclettismo. L’evidenza scientifica di molti studi dimostra come il trasporto e la convinzione di un professionista nei confronti del suo approccio di riferimento è uno dei fattori più comuni in relazione ad un buon esito della terapia. Credo sia importante essere entusiasti del proprio lavoro e credere veramente in ciò che si fa. L’aspetto più importante credo sia di tenere a mente che esistono tanti modelli validi e avere un entusiasmo nei confronti del proprio non significa attaccare i colleghi che scelgono di lavorare con una metodologia diversa, rispondendo che “il mio approccio funziona più degli altri”. Solo l’evidenza di valide ricerche può essere la base di un ragionamento del genere. 
5. Quale caratteristiche personali credi che siano stati decisive nel portarti ad avere un interesse nei confronti della SFBT? C’è un episodio che ti torna alla mente a riguardo? 
Provengo da una famiglia con un’attitudine generalizzata di contrasto nei confronti dell’autoritarismo e di conseguenza da una convinzione radicata di rispetto per l’individuo e credo che queste due caratteristiche insieme abbiano spinto il mio interesse nei confronti della SFBT quando per la prima volta sono entrato a contatto con questa corrente nel 1987. Più personalmente credo che la mancanza di fiducia nelle mie capacità è stata molto utile. Con questo intendo ad esempio il concetto del cambiamento come qualcosa che avviene quando mi fido del cliente e delle sue capacità di realizzarlo. Significa anche che non posso essere convinto di avere ragione o di avere la soluzione giusta ma anzi sono sempre stato curioso e aperto nei confronti del cliente e fiducioso che questi ha una capacità innata di risolvere i propri problemi. Fin dall’inizio sono sempre stato abbastanza scettico sulla possibilità che esista una sola verità assoluta, una via corretta da seguire per tutto mentre avevo una sorta di relativismo innato che probabilmente ha facilitato un percorso fluido verso una visione post-modernista, multi-prospettica del mondo, dove diverse vie sono possibili ed è più utile compararle su un piano pragmatico, valutandone gli effetti piuttosto.
Quando incontrai la SFBT nel 1987 mi ha colpito immediatamente come ho trovato l’approccio “giusto” e “calzante” per me, ed è lo stesso che sento ora.  Mi e’ sembrato veramente come tornare a casa.
Per fortuna che le ricerche successive ci hanno dimostrato che effettivamente funzionava!
 6. Ti senti sempre soddisfatto nella tua professione e felice di svolgerla o pensi che dopo tanti anni qualche difficoltà possa emergere?
Ho lavorato con le persone ormai negli ultimi 41 anni! Un lungo periodo. La cosa più importante per me è rimanere entusiasti. Quando si perde entusiasmo, il nostro interesse e l’eccitazione credo che non sia il lavoro giusto da fare. Questo lavoro è troppo duro e difficile da svolgere senza passione, impegno e amore nei confronti di ciò che si fa – i nostri clienti meritano questo tipo di attitudine. Il lavoro è troppo importante per essere solo un impiego pratico.
Evan è uno dei fondatori di BRIEF, l’organizzazione di training in SFBT più grande di Europa.
Ha insegnato in tutto il Regno Unito, in Europa e all’estero. E’ co-autore di tre libri sull’approccio focalizzato alla soluzione e sta scrivendo al momento “Costruire cooperazione”. Per scoprire di più del suo lavoro e su BRIEF vai a http://www.brief.org.uk  

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