A sentence hidden behind a label / Una condanna nascosta dietro un’etichetta

by simonacampli

Psychopathological labels are usually considered a tool to help professionals understanding each other even from highly diverse cultures.

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Unfortunately in this current psychological culture, still influenced strongly by a medical mindset, this labels have a strong impact even in the popular thinking, and can even become sharp weapons able to hurt, more or less directly, many of us.

How so? What is this attractive quality of a psychopathological label and how it can be dangerous?

Giving a specific name to a problem or a difficulty can make it less scary: if I know how to call it then I can talk about it, I can gain information about risks or causes, I can compare my situation to others similar, I can approach people with the same problem and feeling less alone.

All these behaviors, pushed by common sense, create sooner or later a cage where the person is held hostage by the medical label, gradually losing his/her individuality.

Let’s make an example. When, as kids, we meet someone new, we introduce ourselves using our names, maybe adding our native city or our family name. Growing up, our name is followed by our professional status, or the names of projects we are committed to.

When someone experiences a psychological problem and gradually merge his/her individuality with the psychopathological label that is used to refer to that problem, this new individuality can be presented to others even before our own name. Psychopathological labels can then re-define our individuality. When this identification is complete we can even start acting as it is expected by the label itself. This is the most dangerous risk: the label has become a belief, stealing our free will from our own hands, creating and dictating our present and, worse than that, our future.

“But they are useful”, someone can say. Truth is: not much. Among professionals, coming from different cultures and psychological approaches, labels can actually create more confusion than clarity. What “depression” means to a therapist can be absolutely different in the way it acts to another expert. As absurd as it may sounds that is the way it, is so it could be far more useful to communicate a problem, defining it by its dysfunctional behaviors. It is on these “attempted solutions” that the problem stands and by them can be attacked and resolved.

“Well at least are useful to us, the not -professional people”. Again, not very true. First, as we said, labeling can be a very dangerous path to follow for the individuality of the person, and then, those dysfunctional behaviors that we listed are actually the ones maintaining the problem, rather than helping people out. Let’s list these attempted solutions, again:

  • talking profusely about the issue
  • looking for self-information and self-diagnosing sources in the media (internet, newspapers, television)
  • looking for external causes or risks, rather than inside our experience and our own story.

As for the “feeling less isolated and alone” it is a matter of absolute importance and emotional relevance. When we experience a difficulty so strong that our daily life can’t go on with the same spontaneity and serenity, we should look for a bespoke, professional help. Only by this, we not only avoid hiding or being hidden by a label, we also avoid worse risks and deeper confusion.

 

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Le etichette psicopatologiche nascono come uno strumento per permettere ai clinici di diversi paesi e culture di comprendersi a vicenda.

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Purtroppo in una cultura psicologica ancora molto schiava del mondo medico, queste etichette spesso entrano nel sapere comune, diventando armi molto taglienti con cui molti, più o meno consapevolmente, si feriscono. Come mai? Qual’è il potere attrattivo di una etichetta psicopatologica e come mai può essere pericolosa?

Dare un nome ad un disturbo può renderlo apparentemente meno spaventoso: se so come si chiama ne posso parlare con qualcuno, posso informarmi tramite i media sulle cause e i rischi, posso confrontarmi con le persone che soffrono dello stesso disturbo e sentirmi meno solo.

Tutti questi comportamenti, dettati dal senso comune, intrappolano la persona gradualmente nell’etichetta del disturbo, che può arrivare a definire la sua individualità, piano piano per intero.

Ad esempio quando siamo piccoli e conosciamo qualcuno, presentandoci diciamo il nostro nome, magari il posto da cui veniamo. Mano mano che cresciamo la nostra individualità è definita dal nostro nome e dal lavoro che svolgiamo o da altri progetti di cui ci occupiamo. Se in un qualsiasi momento della nostra crescita riceviamo un’etichetta per un problema psicologico questa può diventare un modo in cui ci facciamo conoscere alle persone e gradualmente sostituirsi addirittura al nostro nome come prima cosa detta nel momento di presentarci a qualcuno. Le etichette psicopatologiche possono, quindi, sconvolgere il nostro senso di identità. Al punto tale che possiamo identificarci con il problema e cominciare a comportarci secondo come l’etichetta si aspetta che ci si comporti, quando si soffre di quel problema. Ecco il rischio più grande: l’etichetta diventa una credenza ben strutturata che ci ruba il libero arbitrio nel decidere e nel dettare il nostro presente, e ancor peggio, il nostro futuro.

“Almeno sono utili”, potrebbe dire qualcuno. La verità è: non molto. Tra i professionisti, ognuno di diversa cultura psicologica, creano più confusione che altro. Ciò che significa “depressione” per un terapeuta può essere diverso, nelle manifestazioni, da ciò che significa per un altro professionista della mente. E’ molto più utile scomporre la difficoltà in comportamenti disfunzionali al benessere dell’individuo, perché è su queste “tentate soluzioni” che si può costruire un cambiamento verso un maggior benessere.

“Allora aiutano noi, le persone non – professioniste “. Neanche questo è molto vero. Per prima cosa, come dicevamo, possono avere un effetto negativo enorme sull’identità della persona, e poi quei comportamenti che elencavamo prima, che derivano naturalmente dall’identificarsi con un’etichetta, sono in realtà le principali tentate soluzioni negative che aumentano il problema, invece di diminuirlo:

  • parlarne con chiunque, abbondantemente
  • cercare informazioni sui media (internet, giornali, tv) per “auto-diagnosticarsi”
  • cercarne le cause e i rischi all’esterno, invece che dentro di noi, nella nostra storia.

Riguardo “il sentirsi meno soli” questo è un aspetto emotivamente importante ed è per questo che se viviamo una difficoltà che ci sembra raggiunga una gravità tale da non potere vivere la nostra vita serenamente e spontaneamente, nelle attività e nelle relazioni di tutti i giorni, sarebbe utile rivolgersi ad uno specialista, qualcuno che ci possa aiutare a capire meglio la nostra difficoltà, con un intervento “su misura”. In questo modo, evitando di nasconderci o essere nascosti da un’etichetta,  potremmo anche evitare rischi maggiori e confusione.

 

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