The appropriate distance / La giusta distanza

by simonacampli

Recently I spoke with someone who told me, regarding past therapy experience, that she suspended it ’cause the therapist said something annoying about her issue.

This makes me reflect on the sensitive nature of the distance in the relationship between client and therapist. Another example of that is in couple or family therapy where the therapist role – more or less neutral – between two or more clients is even more decisive.

One of the most crucial aspect of this job is, in fact, finding and maintaining the “appropriate distance”, to have the best perspective on the situation and being, then, able to really help people out. Avoiding both intruding and missing important pieces because of the ancient rule of emotional detachment, practiced in the psychoanalytical settings during the beginning of the last century.

What is the real alternative in psychotherapy?

Following constructivist thinking, the strategic approach always considers the therapist as a person with his/her own mind, present in the therapeutic environment. This is a variable always active that needs to be taken into account. On the other hand, considering the therapist as a presence doesn’t mean that he/she can forget to use appropriate boundaries in the therapeutic relationship.

Our way to learn from the world and discover new things (our epistemology) is always under the influence of our own subjective point of view; that is why the aim for the strategic therapy can’t ever be to find out the absolute truth – that is actually an oxymoron – but something more practical as studying how the problem works and how the appropriate strategies can bring the person closer to his/her own goals, as he/she has decided as the objective/s of the therapy.

And the most dangerous delusion of all is that there is only one reality (P.Watzlawick – 

The reality of reality, 1976)

Therefore can we really guarantee neutrality to our patients? I very much doubt so and, on the contrary, I don’t think we should. I could think of more than a few of situations where having different, if not opposite, points of view and having said them directly to my client, with the use of an appropriate communication, he/she was helped through the clash and the therapeutic relationship, seeing a different and better reality, creating the so wanted corrective emotional experience, quicker and safer inside the therapeutic setting.

If the therapist position can not, therefore, be neutral for its definition, this doesn’t automatically bring us to the conclusion that we can speak out every single time. The golden rule should be having always at heart and mind the best interest of the client. Asking ourselves if it is really useful to the client hearing those words, in order to help him/her reaching his/her goals sooner and better.

If the client can’t forget that the therapist is, in fact, a person him/her -self, in a truly professional setting the clients’ best interests must always have priority on everything else.

This is even more crucial in a couple or family therapy setting where the stance the therapist decide to take can very easily be determining of the positive final outcome, if used in a strategic way for the emotional blockage that has been suffered.

We could finishing saying that the strategic therapist always maintain two contemporary levels of thinking and acting. One is regarding his/her individuality, as a human being with points of view and opinions, while the other – on a higher level from the previous one – is concerned of the therapeutic effect of his/her own words and actions. Every decision taken at this level must be necessarily in the clients’ best interest.

If you’d like to know a bit more about constructivism and its practical implementation in the learning process, here’s an interesting map that summarizes the learning – by – doing experience.

Also, if you’d like to contact me to share your points of view on the “appropriate distance” in therapy click here to find my contact page.

constructivism

 

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Di recente mi è capitato di incontrare una persona che, raccontandomi di passate esperienze di terapia, alla mia domanda del perché le avesse interrotte, mi ha riposto che si era sentita ferita da alcune considerazioni personali fatte dal professionista nei confronti della sua storia.

Un’altra coppia in un incontro preliminare mi ha chiesto se fosse possibile per un professionista mantenere una posizione neutrale con la coppia, evitando di schierarsi con uno dei due coniugi.

Queste situazioni mi hanno portata a riflettere sulla delicata dinamica della distanza tra il terapeuta e chi lo contatta per una problematica più o meno delicata ma comunque sempre rilevante per la storia personale dell’individuo che ne è protagonista.

Uno degli aspetti più difficili di questa professione è, infatti, riuscire a mantenere la “giusta distanza” da ciò che sta accadendo per potere essere veramente d’aiuto, senza invadere la persona che si ha davanti, ma superando la visione del terapeuta distaccato e impersonale che si proponeva nelle psicoterapie analitiche classiche di primo novecento.

Che alternativa abbiamo in psicoterapia?

Seguendo il pensiero del costruttivismo l’approccio strategico tiene in considerazione la persona del terapeuta come portatore di una soggettività che non può essere esclusa dalla relazione con il paziente. Questo non vuol dire, però, dimenticarsi di porre dei limiti consapevoli a questa relazione.

Il nostro modo di conoscere e imparare la realtà che scorre davanti ai nostri occhi (questa sarebbe l’epistemologia) è influenzata dalla nostra soggettività ed è per questo che la terapia strategica non pretende di scoprire la verità assoluta che riguarda il problema ma ne studia il suo funzionamento per raggiungere gli obiettivi desiderati e soggettivamente considerati adeguati dal cliente.

L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà. (P.Watzlawick – 

La realtà della realtà, 1976)

Possiamo, quindi, assicurare neutralità ai nostri pazienti? Al contrario, la neutralità assoluta è epistemologicamente impossibile. E, a mio parere, questo gioca a volte a favore del cliente stesso. Potrei pensare a diverse situazione in cui avere punti di vista contrapposti a quelli del paziente e verbalizzarli, attraverso una comunicazione adeguata alla relazione che si è costruita, ha permesso di costruire una esperienza emozionale correttiva direttamente in terapia.

Se la posizione del terapeuta non può, per definizione, essere completamente neutrale e priva di punti di vista, ciò non toglie che non tutti questi punti di vista possano essere condivisi con il paziente. La regola di massima da seguire, a mio parere, è chiedersi se la considerazione che si sta per fare sia o no utile al paziente per raggiungere i suoi obiettivi più velocemente o in maniera più completa.

Se da una parte, quindi, il cliente che si rivolge al terapeuta non può dimenticarsi che sta parlando con un essere umano prima di tutto, in una relazione terapeutica professionistica il cliente e le sue necessità dovrebbero sempre rimanere al centro degli interessi del terapeuta, nel considerare ogni punto di vista che si vuole condividere.

Nella terapia di coppia a maggior ragione la posizione del terapeuta è spesso variabile fondamentale alla risoluzione del problema, se proposta strategicamente a seconda della dinamica di coppia che ha creato il blocco emotivo.

Si potrebbe quindi dire che il terapeuta strategico mantiene sempre due livelli di pensiero e di azione, contemporaneamente. Uno riguarda la sua individualità come persona, i suoi punti di vista e le sue opinioni e l’altro livello, superiore al primo, riguarda la terapeuticità del suo ruolo come professionista. Ogni scelta fatta a questo livello superiore è necessariamente rivolta al benessere del /dei pazienti.

Se volete contattarmi per condividere con me i vostri pareri su qual’è la giusta distanza in terapia cliccate qui per trovare la mia pagina dei contatti.

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