At peace with death / Fare la pace con la morte

by simonacampli

deal with death

(Hanna Barczyk)

A few weeks ago neurologist and writer Oliver Sacks died from a rare cancer. The scientist was 81 years old and of course his death is far less clamorous than many other tragedies we see and hear everyday.

I read his works for the first time during high school, when a friend, knowing of my growing interest toward psychology, borrowed me “The man who mistook his wife for a hat”; this reading was so interesting but funny at the same time that I always kept its memory very close during the years after. Oliver Sacks’s writing is one of those rare case of scientific wisdom meeting ironic, warm, empathic style. It is probably one of the reasons he had so many bestellers among his books, even one developed in a huge movie as “Awakenings”.

For many years after that first experience I’ve lost track of his work until, a few weeks ago discovering of his death, I started to browse the internet and found The New York Times column he had been writing during the last years. Meeting again his writing was a bit like re-joining with an old friend, finding the same style I had so much appreciated many years ago.

The astonishing difference was that now, with the same wisdom and irony, he was talking about himself, his life and his imminent death.

Discovering that the rare form of cancer he suffered from and had once recovered from, was now going to kill him, this incredible man started to write about his condition to the readers, about his feeling and his memories, about accepting his human mortality and letting go of life that is now ending.

I was left speechless in front of this amazing mind, so cultured and so human at the same time, that was able in a few lines to pass on to me the concrete feeling of acceptance of someone that knows that can’t possibly defeat his enemy and so, instead of persisting in the vain fight lingering hanging on to fear or anger, chooses to save the time that he has left to enjoy the small pleasures of everyday life; during the last days of his life he was writing to people he didn’t know, listening to music, reading new books, saying goodbye to people he loved. He knew he didn’t know if he had a tomorrow so he lived every day left as the last one.

Reading his words I admired him even more and I was reminded of how often we lose precious time in daily distractions instead of tasting the beauty of the life we have and the things we appreciate the most. I felt the grace and the peacefulness of his death as a strong reminder of that.

“My Own Life” is a complex emotional reading, a mindfulness exercise. It is one of those experience that you wish will stay with you for long and change you, from the inside, forever.

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Qualche settimana fa il neurologo e scrittore di molti libri Oliver Sacks, è morto a causa di un tumore molto raro. Lo studioso aveva 81 anni e sicuramente la sua scomparsa è meno clamorosa di tante altre tragedie che ci scorrono davanti ai nostri occhi ogni giorno.

Io lessi la prima volta una sua opera quando ero al liceo, un amico mi prestò “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” perché sapeva del mio nascente interesse per la psicologia e la lettura fu piacevole e intrigante allo stesso tempo. La sua scrittura era uno di quei rarissimi casi in cui uno scienziato ha la capacità di scrivere delle sue conoscenze ma anche di avvicinare un pubblico più ampio grazie ad un linguaggio comprensibile, ironico e emotivamente caldo. Non a caso uno dei suoi bestseller è stato anche riadattato al cinema nel film “Risvegli”.

Per lungo tempo poi non mi è più capitato di leggere altre sue opere finché qualche settimana fa, scoprendo della sua morte, ho trovato i suoi articoli sul New York Times all’interno di una colonna che curava da diversi anni. Incontrare di nuovo la sua scrittura è stato come rincontrare un vecchio amico, ho ritrovato la stessa ironia e la stessa capacità di trattare temi importanti con una vena emotiva di spessore.

La cosa veramente sorprendente, però, è che questa volta il soggetto delle sue parole è la sua vita.

Oliver Sacks scoprendo improvvisamente che la malattia di cui era soffriva lo avrebbe ucciso, decide di continuare a scrivere e di parlare al suo pubblico delle sue emozioni, di cosa vuol dire per lui accettare la sua mortalità e lasciare andare la vita che sta finendo.

Sono rimasta a bocca aperta davanti a questa mente così sofisticata e così umana allo stesso tempo che riusciva a trasmettermi in poche righe la sensazione di chi ha accettato la fine di una battaglia, che riconosce di non potercela fare e, invece di accanirsi in emozioni di rabbia o disperazione o paura, pur vivendole, molto concretamente decide di investire le sue ultime giornate ad apprezzare le proprie passioni, a leggere, ascoltare musica e a salutare le persone care. A vivere alla giornata, perché un domani non sa se ci sarà, anzi, molto probabilmente non ci sarà affatto.

Leggere le sue parole dona un senso di grazia e di pace alla sua morte, rassicura e fa piangere allo stesso tempo, pensando che, purtroppo, solo davanti alla nostra mortalità lasciamo andare le troppe distrazioni quotidiane per respirare e assaporare unicamente ciò che è davvero importante per noi.

Leggere “La mia vita” è un’esperienza emotiva complessa, un esercizio di mindfulness, una pace emotiva. E’ una lettura di quelle che speri non si sbiadiscano mai nella tua mente e che ti cambino per sempre.

 

 

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