Walk in the others’ shoes / Mettersi nei panni dell’altro

by simonacampli

empatia

There is a word often used to describe the ability to feel and see things from others’ point of view: empathy. This is considered one of the main skills to build and maintain satisfactory interpersonal relationships.

I’ve recently read a BBC article on the good chance to teach empathy to people: a good, positive prospect for everyone who struggled at times with it.

I’m sure there are people who can say it is not for them but recent neuroscience studies show with enough certainty that empathy is created by neuro-circuits that 98% of us have.

The sad and awful terrorist attacks happened over the last weeks made us definitely feeling something as if the events and the sufferings experienced in France where closer to home than ever.

Of course this is a point that would be valid for every war, every victim around the world, every time human rights are violated and disrespected. I’m saying this because I’ve overheard many objecting how unfair is the great response to France attacks while we don’t show the same empathy for Syria or other situations of conflict around the globe.

These are very precious arguments for our talk because show exactly a key aspect of the emphatic skill: people are carrier of their subjectivity and even when stepping in others shoes they’re still driven from and selective of what is known, similar, close to home. This has nothing to do with fairness, it is just what it is.

So we would never be able of the right indignation for every where’s struggles and capable of marching for each of them with the same courage? No. It means everyone can benefit from a little bit of training in the area, to acquire the necessary flexibility. This will also eventually results in being better understood and so in a bigger and wider sense of serenity.

Here are the steps to follow:

Radical Listening: when others talk to you, avoid interrupting as much as possible and also to move in your head reflecting live on things; so you’ll probably be able to listen carefully to them for once.

Curiosity: to use Einstein’s words “The important thing is never give up asking questions“.

Finding the human behind every act: this will create a true anthropological study where we, as scientists, will suspend our point of view to try and walk in the other’s shoes. So we’ll be better informed about him/her if we’ll be able to focus in the small details, the non-verbal gestures or the face expressions, everything that comes along with an action.

So what is the final purpose? To understand humans is intelligence, to understand oneself is wisdom. (Lao Tse)

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C’è una parola che spesso viene usata per intendere la capacità di vedere e sentire le cose dal punto di vista dell’altro  – empatia – e spesso questa è considerata una delle capacità essenziali per costruire ed avere relazioni interpersonali soddisfacenti.

In un interessante articolo sulla BBC si discute sulla possibilità concreta di insegnare e apprendere questa capacità a mettersi nei panni dell’altro: una prospettiva positiva per ognuno di noi.

Ora ci sarà chi penserà di non essere capace di arrivare a questo traguardo o che esistano persone che sono assolutamente prive di questa abilità: le ricerche più recenti in neuroscienza ci rassicurano che il 98% degli essere umani ha nel proprio cervello le connessioni necessarie all’empatia.

I terribili eventi di queste settimane ci hanno nuovamente messi nella condizione di testimoniare delle atrocità indicibili e di soffrire con i nostri vicini di casa in Francia il loro dolore.

Ora – per inciso – voglio specificare che questo ragionamento calza a pennello per ogni situazione terribile, ogni guerra, ogni sopruso ai diritti umani che venga compiuto in qualsiasi parte del pianeta. Dico questo perché molto si sta obiettando al cordoglio internazionale di queste ultime vicende avvenute a Parigi, dicendo che non proviamo la stessa empatia per il prossimo in Siria o per le vittime dei numerosi conflitti in corso proprio in questo momento in varie parte del pianeta.

Queste obiezioni fanno proprio al caso nostro: mentre discutiamo della capacità di sentire con l’altro, di guardare la questione dal suo punto di vista, noi siamo comunque portatori di una soggettività che non si può mettere totalmente a tacere. Quindi ci faciliterà il compito empatico se l’altro è in qualche modo vicino a noi, simile a noi, connesso con la nostra esistenza. Lasciamo perdere il buonismo dei sensi di colpa facili, questo è un dato di fatto: l’empatia è veicolata dalla nostra soggettività.

Cosa vuol dire, quindi, che non saremo mai in grado di reagire alle ingiustizie in maniera uguale e avvicinarci a quell’ideale di giustizia impari che molti di noi cercano di raggiungere? No. Con il buon esercizio ci si può allenare a sentire con gli altri e a vedere le cose da diverse prospettive, rendendoci capaci di quella flessibilità che aumenterà la nostra comprensione altrui e ci farà, di conseguenza, essere compresi meglio. E da migliore comprensione nasce una maggiore serenità.

Ecco i passi da seguire:

Ascolto Radicale: Lascia che le persone dicano come si sentono, non interrompere ed evita anche di riflettere sul momento su ciò che stanno dicendo così che potrai ascoltare davvero.

Curiosità: per dirla con le parole di Einstein “La cosa importante è non smettere mai di domandare“. E di domandarsi!

Cercare le ipotesi di significato umano dietro ogni comportamento: questa è la strategia elettiva per esercitare il nostro essere empatici come dei veri e propri studiosi di antropologia. Sospendere il proprio giudizio per un attimo e cercare di vestire i panni dell’altro. In questo ci aiuterà informarci, raccogliere dati sulla situazione del contesto, la storia precedente e anche osservare i gesti, le espressioni del viso, tutto il non-verbale che accompagna un’azione.

E qual’è quindi lo scopo finale? Comprendere gli esseri umani è intelligenza, comprendere se stessi è saggezza. (Lao Tse)

 

 

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