Being a perfectionist / Essere perfezionisti

by simonacampli

perfectionism

Quite commonly we hear the expression “being a perfectionist” as for someone who meticulously work for their goals with total commitment. Unfortunately this is only the superficial, positive side of the matter, with more extended perfectionism being a much more dangerous tendency of the individual with higher emotional costs. The openly manifested perfectionism usually goes hand in hand with

  • illusion of control
  • exaggerated sense of responsibility for every positive or negative aspect of one’s life, with relative sense of guilt
  • emotional surges, usually labeled in time with the medical term of “bipolar disorder”, commonly defined with feeling able to change the world one day while the next one the sense of being a failure will take over every aspect of life
  • hypersensitivity to critics, with consequently struggle to maintain long-term relationships
  • feeling as if every negative events is strictly personal
  • tendency to over-simplified, dichotomous thinking – Right vs Wrong, Black vs White, All vs Nothing
  • a gradual, overwhelming feeling of disappointment in time that will bring the person feeling extremely bored or depressed, withdrawn from life.

After a closer look at perfectionism it would be quite immediate to feel hostile in regards of it but still, sometimes in life – especially when the goals are very important and the risk of failure seems unacceptable- someone can feel drawn to it. As any strategic thinker would, in fact, know, one thing is knowing something, another one is feeling it.

An example of this perfectionist paradox, comes from my daily practice. While offering supervision to counselling students I often find them paralyzed by dilemmas that, after a little bit of analytical research, seem only created by dichotomous approach to counselling theory, often presented to them by institutions or legislations. While an ethical frame is an indispensable and pivotal part of every mental health professional’s practice, focusing only on the risks and the excess of linear explanations between therapy and events, will bring any therapeutic work to a dead end; blocking the essential tailoring effort of a work made on the case, adapted on the client, that is, ultimately, the best flexible standard we, as a therapist, should always focus on.

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Si usa molto l’espressione “essere un perfezionista” per qualificare una persona che ce la mette tutta per raggiungere i propri obiettivi in maniera totale e completa. Questo però è solo la parte positiva del perfezionismo.

Il perfezionismo rappresenta, molto più di questo, una tendenza pericolosa che nasconde un lato oscuro, molto più emotivamente costoso e da effetti tutt’altro che positivi, che di solito va a braccetto con

l’illusione del controllo

• il senso di responsabilità per ogni evento positivo e negativo della propria vita con conseguente senso di colpa

• sbalzi emotivi che spesso vengono etichettati con termini medici tipo “bipolarismo” del tipo un giorno mi sento che posso conquistare il mondo, il giorno dopo che non sarò mai in grado di fare nulla della mia vita

• ipersensibilità alla critica con relativa difficoltà a mantenere relazioni di lunga durata

• prendere ogni evento negativo come personale

• tendenza al pensiero dicotomico: Giusto / Sbagliato, Bianco / Nero, Tutto / Nulla

• una graduale sensazione di sopraffazione che nel tempo si tramuta o in noia oppure addirittura in distacco nei confronti della vita in maniera rinunciataria, per effetto di tutte le delusioni accumulate.

Verrebbe spontaneo dire, dopo questo elenco, che dal perfezionismo dobbiamo scappare a gambe levate e che prima accettiamo i nostri limiti prima saremo più leggeri e, probabilmente, più felici. Tutto vero ma da buoni strategici construttivisti, abbiamo ormai capito da tempo che una cosa è capire qualcosa razionalmente, un’altra è sentirla emotivamente, cambiando la nostra percezione a riguardo.

Tutto cambia, in effetti, se per esempio ci troviamo davanti ad un obiettivo a cui teniamo particolarmente.. come possiamo accettare il rischio del fallimento in quel caso e non cedere al perfezionismo?

Un esempio di questo paradosso del perfezionista. lo trovo spesso nel mio lavoro. Offrendo supervisione a psicoterapeuti in formazione molto spesso mi trovo davanti a questo dilemma. Il terapeuta si sente preoccupato dell’effetto che un suo errore può avere sul proprio paziente e non accettando tale rischio si sente responsabile di tutto.

Questo eccesso di responsabilità del perfezionismo può diventare paralizzante e anche portare a rifugiarsi in un atteggiamento estremamente rigido nei confronti delle regole e delle teorie, che toglie ogni possibilità alla terapia di essere veramente utile, in quanto flessibile e su misura di ogni paziente.

 

 

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